L’ala non interventista del Partito Repubblicano: un vecchio nuovo modo di fare politica estera


E’ opinione diffusa ritenere il Partito Repubblicano americano come un partito di guerrafondai, vicino agli ambienti militari, alla lobby delle armi e alle multinazionali della guerra.

In realta’ le cose non stanno cosi’, la politica estera “interventista” e’ stata tradizionalmente promossa da entrambi i partiti e da tutti i presidenti: dai democratici Kennedy e Clinton, ai repubblicani Reagan e Nixon, fino ad arrivare all’attuale premio Nobel per la “pace” Obama, il quale continua a finanziare e sostenere guerre da un trilione di dollari all’anno.
Esiste pero’, all’interno del Congresso, un ristretto gruppo di persone che si batte da tempo per una politica estera di non intervento: si tratta dell’ala conservative/libertarian del Partito Repubblicano.
I sostenitori di questo approccio sostengono una politica di intervento militare minimo negli affari dei paesi stranieri. In poche parole, l’intervento militare e’ legittimato solo per questioni di vera sicurezza nazionale. L’idea e’ quindi quella di collaborare con i paesi, commerciare e stipulare accordi che facilitino cooperazione, la pace, e lo sviluppo. Si tratta cioe’, di un approccio contrario all’invasione o alla insana pretesa di insegnare con degli M224, regole o modelli dettati dalla nostra cultura (un esempio e’ il cosiddetto export della democrazia o dei valori occidentali).
Per dare un’idea dei costi umani e non solo economici della politica interventista bi-partisan americana, propongo i dati forniti di recente dal Commando Centrale delle forze dell’ordine americane: in quattro anni di guerra, dal 2004 al 2008, ci sono stati, solo in Iraq, 80′000 morti, di cui 63′000 civili, e oltre 120′000 feriti gravi. Numeri che potrebbero essere in realta’ molto piu’ consistenti. La guerra in Iraq e’ forse l’esempio piu’ calzante dello standard americano di politica estera. La stragrande maggioranza dei policy-analysts ed esperti in diritto internazionale, condividono una visione abbastanza critica di questo conflitto, per pochi, semplici, ma importanti motivi: Saddam Hussein non ha mai aggredito gli Stati Uniti, il suo paese non aveva niente a che fare con l’11/9 , e non sono mai state ritrovate le famose “armi di distruzione di massa” che giustificassero l’intervento militare. Questa guerra e’ quindi ritenuta da piu’ voci, incostituzionale per gli Usa (non votata dal parlamento), illegittima per il diritto internazionale (non dichiarata ufficialmente e senza un motivo), e crudele per i civili che ne sono coinvolti.
Puo’ essere interessante pensare che se un uomo come Ron Paul, senatore del Texas e membro proprio del “guerrafondaio” Grand Old Party (cosi’ chiamano il Partito Repubblicano oltre oceano) fosse presidente degli Stati Uniti, la politica estera cambierebbe totalmente, seguendo i veri auspici dei Padri Fondatori, e al grido di “Support the troops: keep them at home!” (Supporta le truppe, tienile a casa!), risparmierebbe le vite di centinaia di migliaia di innocenti.
Il caso del Vietnam e il piu’ recente dell’Iraq non hanno evidentemente insegnato abbastanza e ancora oggi ci ritroviamo a combattere guerre inutili, costose e drammatiche. Certo, la guerra e’ un evento politico praticamente inevitabile (anche se puo’ essere attenuato nella frequenza, e i legami di cooperazione economica rappresentano un buon metodo di “salvezza”). E’ inoltre un mezzo di consenso politico: da’ lavoro, tiene buone le masse, promuove il senso patriottico insomma: aiuta lo stato a controllare il popolo. Ma dobbiamo chiederci: perche’ all’interno dei nostri confini promuoviamo quei valori cristiano-occidentali che riteniamo superiori, immortali e indiscutibili, come la liberta’, il diritto alla vita, e poi li violiamo all’estero? E questo e’ un fatto che deve far riflettere.
L’Italia ha il dovere di sostenere gli Stati Uniti per vincoli diplomatici, ma, come ha di recente dichiarato Berlusconi, forse e’ il caso di ripensare alle strategie da mantenere nei luoghi “caldi” della Terra. Per non vedere piu’ morti, ne’ tra i militari, ne’ soprattutto, tra civili senza colpe.
ELISA SERAFINI
Link articolo: http://www.ilculturista.it/cultura/?p=6761

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