Wikileaks: l’etica hacker e i governi.


Negli ultimi mesi si è discusso molto del fenomeno Wikileaks, sito ed organizzazione internazionale che riceve documenti, e li mette in rete sul proprio sito web garantendo l’anonimato agli informatori. Wikileaks è curato da giornalisti, dissidenti politici, scienziati, studenti, uomini di tutto il mondo accomunati dal desiderio di rivelare comportatmenti non etici di aziende e governi.
Dalla sua nascita, circa tre anni fa, Wikileaks ha confezionato centinaia di scoop e scandali i cui protagonisti incriminati spaziavano dai governi alle organizzazioni religiose, da istituzioni internazionali, a banche, a politici. Alcuni documenti erano stati recuperati illegalmente utilizzando sistemi di hacking, altri tramite ignoti (ma non ignoranti) coraggiosi informatori.
Tra gli scandali piu’ incredibili rivelati da Wikileaks ci sono quelli che riguardano il carcere di Guantanamo, la corruzione del governo del Kenia o quello del Peru’. Ma vi è un particolare gruppo di documenti che sta letteralmente facendo impazzire il governo Americano da circa 2 anni. Si tratta del Kabul War Diary, quasi centomila file che raccontano per filo e per segno la guerra in Afghanistan, con tanto di dati su morti civili (da non dichiarare), e inequivocabili video.
Ma perch è diffondere queste notizie e rischiare l’arresto o peggio la vita?
In effetti il soldato ritenuto responsabile della fuga di notizie non se la passa bene: è stata arrestato ed è in fase di processo presso la corte marziale. Allo stesso modo, il direttore di Wiki Leaks, il non piu’ australiano Julian Assange (ebbene sì, gli hanno ritirato il passaporto) è ricercato praticamente da tutti gli eserciti del mondo, e si sospetta sia nascosto in Svezia, dove il sito ha di recente spostato i server in un bunker atomico 30 metri sotto terra (notizia arrivata pochi giorni fa da Twitter).
Ci chiediamo quindi, cosa spinge queste persone a compiere un reato (l’hacking), rischiando letteralmente le penne, ritendolo invece un’azione moralmente dovuta?
Ebbene è da tempo che nel mondo hacking vige un paradigma etico inossidabile: le idee e le informazioni non devono essere nascoste ma condivise.
Per molti hacker questa attivita’ ha infatti assunto un imprevedibile risvolto politico, trasformandosi in cio’ che ora viene chiamato Hacktivism, ovvero l’applicazione delle tecnologie dell’informazione, all’azione politica. Gli esempi degli ultimi 20 anni sono tantissimi: dal gruppo cinese che combatteva la censura internet del governo, a quello americano che era riuscito a infiltrarsi nei database di Scientology rivelando notizie tanto riservate quanto scomode. Altri gruppi o individui hanno aiutato la rivoluzione verde in Iran, altri ancora hanno violato siti del governo Indonesiano per protestare contro il trattamento dei territori di Timor Est.. Insomma, mentre in USA i talk show si infiammano chiedendosi se libereranno mai il soldato Manning, se il responsabile di Wikileaks si fa mandare il cibo come i minatori, noi al quesito: “ È giusto comportarsi così ”, semplicemente rispondiamo con un passaggio del manifesto “La coscienza di un hacker”, scritto sotto pseudonimo dall’hacker The Mentor.
“Noi esploriamo … e voi ci chiamate criminali. Noi cerchiamo la conoscenza … e voi ci chiamate criminali. Noi esistiamo senza colore della pelle, senza nazionalità, senza pregiudizi religiosi … e voi ci chiamate criminali. Voi costruite bombe atomiche, voi fate la guerra, voi uccidete, ingannate e ci mentite e tentate di farci credere che è per il nostro bene, eppure siamo noi i criminali. Sì, sono un criminale. Il mio crimine è la curiosità. Il mio crimine è quello di giudicare le persone per quello che dicono e pensano, non per quello che sembrano. . Io sono un hacker, e questo è il mio manifesto. Voi potete fermare questo individuo, ma non potete fermarci tutti.”
Per i documenti: http://www.wikileaks.org

Link articolo: http://www.ilculturista.it/cultura/?p=4796

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