Derivati for dummies: la finanza spiegata ai comuni mortali (e ai politici)


1. Derivati for dummies: cosa sono e perchè non devono essere vietati

Dopo aver sentito diversi politici lamentare che “si debbano eliminare e vietare i derivati”, ho deciso di scrivere un articolo che spieghi in maniera molto semplificata cosa sono questi famigerati derivati (devo ammettere di non aver brillato nell’ultimo esame di Finanza Internazionale, ma penso di saperne comunque un po’ più della “voce d’angelo” Finocchiaro). Si tratta del secondo capitolo della saga “Finanza for dummies” inaugurato con uno dei miei primi articoli: “Spread For Dummies” 

Alla fine di questo articolo, la maggior parte di voi capirà perchè non si possono vietare i derivati.

I derivati sono dei semplici “contratti” che permettono a due investitori di effettuare una particolare transazione finanziaria, a condizioni predeterminate  e regolarizzate. Come sappiamo, l’obiettivo principale di ogni investitore, è di massimizzare il profitto, e minimizzare il rischio. I derivati vengono utilizzati proprio per questo secondo obiettivo.

Vi propongo un esempio pratico di utilizzo di questi strumenti.

Immaginiamo un agricoltore specializzato in prodotti radical-Vegan chic in soia. 

Utilizziamo dei dati vero-simili: è il 28 Luglio 2012, la soia è scambiata sul mercato a 620 $ alla tonnellata. L’agricoltore (che ha di recente conseguito una Laurea in Economia e Finanza, per corrispondenza) sospetta che il prezzo della soia (che, come nel caso del caffè, dell’oro e di altre “commodities”, è dettato dal mercato) possa diminuire nei prossimi 6 mesi, ovvero proprio quando il raccolto sarà effettivamente pronto per essere venduto.

Per ridurre questo rischio, l’agricoltore può stipulare un contratto derivato con l’acquirente (per esempio, una catena di grande distribuzione), nel quale viene stabilito un  prezzo “futuro” da lí a 6 mesi.
Stipula quindi un contratto derivato “Futures” con la famosa azienda di grande distribuzione COOPS.
Il contratto prevede l’acquisto effettivo della soia il 28 Gennaio 2013.
Siccome anche alla COOPS vi sono brillanti economisti, ma anche loro non sono in grado di prevedere con esattezza quanto varierà il prezzo della soya da lí a 6 mesi, agricoltore e COOPS stipulano un contratto che prevede la vendita, e quindi la consegna della soia, il giorno 28 Gennaio a un prezzo di 590 $ alla tonnellata. Questo prezzo è proprio il prezzo dettato dalla Futures (un famigerato tipo di derivato che tenta di prevedere il futuro prezzo di un prodotto/asset attraverso stime e calcoli più o meno complicati). 

Passano i mesi, e si arriva al giorno  28 Gennaio. La soia è scambiata sul mercato delle commodities a 566 $ alla tonnellata.

In questo caso, l’agricoltore può festeggiare: si è infatti “coperto” dal rischio di fluttuazione del valore della commodity, perché è riuscito a vendere a 590$ alla tonnellata quello che oggi, 28 gennaio viene valutato 566$.
La COOPS avrebbe potuto comprare la soia oggi, a 566 $/t, ma avendo sottoscritto questo contratto, è obbligata a pagare 590$/t.

Questo procedimento viene utilizzato per tantissime transazioni. Per le “commodities” ovvero per oro, argento, caffè, cotone ecc (in questo caso parliamo di “Commodity Derivatives”), ma anche per altri strumenti finanziari, come bond, valute, azioni ecc… (In questo caso parliamo di “Financial Derivatives”).

Tantissime aziende e investitori, utilizzano quindi questi contratti, sia per tutelarsi dal rischio, ma anche per cercare un profitto: è infatti possibile vendere alcuni di questi contratti sul mercato dei derivati: si tratta di investimenti come altri. Ad esempio, se un investitore prevede che aumenti il valore dello Yen, può comprare una Futures di 6 mesi che permette di acquistare lo Yen (tra 6 mesi) a un prezzo prefissato oggi, ritenuto inferiore di quello che vi sarà effettivamente tra 6 mesi. E cosí via per tanti altri prodotti. Ovviamente, come per molti prodotti finanziari, ottenere profitti richiede una buona conoscenza del mercato, dell’industria o di altri dati “sensibili” per le variazioni di prezzo perchè, con I derivati, si possono anche perdere molti soldi (basta fare le previsioni sbagliate, come in molte altre transazioni finanziarie).
Per concludere, le aziende utilizzano i derivati per “coprire il rischio” di volatilità dei prezzi, di prodotti, di valute e di altro ancora. Le banche, i fondi, ma anche i più classici investitori utilizzano i derivati per cercare profitto, emettendoli o scambiandoli sui mercati. Si tratta quindi di strumenti finanziari come tanti altri. Vietarli (come vorrebbe la Finocchiaro) significa snaturare il mercato e privarlo di quegli strumenti che da secoli regolarizzano gli scambi commerciali, dai più semplici ai più complessi.

Non si tratta solo di un’azione sbagliata, ma anche impossibile.

Insomma, basterebbe che i vari Finocchiaro, Bonelli, Casini & co leggessero un qualsiasi riassunto di uno studente del secondo anno di economia, o semplicemente, chiedessero a un imprenditore (anche con la terza media), di spiegare loro che strumenti utilizzano per le pratiche commerciali con l’estero.

Eppure, questi politici di professione, che mai hanno lavorato in un’azienda o in uno studio, e raramente han letto qualche libro diverso da quelli nelle liste per i compiti delle vacanze dei figli, continuano a rilasciare dichiarazioni puramente demagogiche e, nel peggiore dei casi, continuano a promuovere politiche anti-mercato o anti-realtà, condizionati da ignoranza e cecità ideologica, rischiando ogni volta, di portare più danni che benefici.

 

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