Fare impresa in Italia: non basta un job act


Si sente parlare molto di una possibile riforma del lavoro. Ce la chiedono da anni la BCE, le imprese, gli imprenditori, qualche lungimirante cittadino e persino qualche politico (anche se di quest’ultima categoria è sempre bene fidarsi con cautela).

Ma come si è potuti arrivare ad una disoccupazione che tocca il 41% nei giovani e il 12.7% dell’intera popolazione? Sicuramente i sindacati italiani hanno grosse responsabilità nel mancato o rallentato sviluppo del sistema lavoro italiano, ma non sono privi di colpe neanche università, la scuola, una certa parte del mondo culturale e i governi che si sono succeduti negli anni, impegnati a fare di tutto per non fare niente.

E’ incredibile che un paese occidentale possa vivere un problema di disoccupazione cosí grande. Ma se è vero che lo sviluppo economico può essere condizionato da tantissimi aspetti, da quelli geografici a quelli culturali, passando per storia e metereologia, (e gli economisti per anni hanno dibattuto proprio su questo punto), è ormai accertato che la crescita economica sia anche e soprattutto condizionata dalle istituzioni, e quindi dalle policy dei governi, che creano o meno attrattività e sviluppo per le imprese.

Questa attrattività si compone di diversi aspetti, tra i più importanti (e interessanti) spiccano sicuramente la facilità di fare business, e la tassazione, entrambi conseguenza ed effetto delle politiche pubbliche delle istituzioni del paese.

Per spiegare come funzionino questi due fattori in Italia, basta mettersi nei panni di due aspiranti imprenditori, che chiameremo, con o senza riferimenti particolari, Silvio e Matteo.

I nostri due aspiranti soci hanno avuto una brillante idea per creare un business nei servizi.

Essendo un’impresa del terziario (che comunque rappresenta il 70% del nostro PIL), non ha bisogno di particolari infrastrutture (ad es. un oleodotto, una fabbrica), trasporti (essere vicini a un porto, strade ecc..) o location (in Europa, al Polo sud ecc..). I due imprenditori sceglieranno quindi dove investire valutando le condizioni economiche migliori per far crescere il loro business. Un aspetto da considerare sarà sicuramente la tassazione che in Italia sfiora, per le imprese, il 68% (dati World Bank). Guardando solo alcuni dei più importanti paesi occidentali, siamo ben oltre il livello di Spagna (38%), Inghilterra (37.3%), Svizzera (30.1%) e Stati Uniti (46.7%).

Ma ai due soci Silvio e Matteo non interessano solo le tasse, ma anche, i costi di fondazione, che in Italia sono di 4000 euro, in Inghilterra di 200 euro, negli Stati Uniti di 500 euro, e in Irlanda di 180 euro. I due imprenditori considereranno anche i costi “temporali”, vale a dire l’ammontare di tempo investito (diciamo pure perso) dall’imprenditore per gestire la parte fiscale e burocratica dell’impresa. Anche in questo caso l’Italia registra il triste record di 15 pagamenti più del doppio di Inghilterra e USA, quasi il triplo di Irlanda e Francia.

Venendo alle assunzioni dei dipendenti, i nostri imprenditori hanno poche possibilità di scelta: potranno assumere dipendenti con contratti temporanei e “flessibili” pagandoci il doppio delle tasse, oppure potranno risparmiare in tasse stipulando contratti a tempo indeterminato, ma sapranno che non potranno (quasi) mai licenziare un eventuale dipendente fannullone o poco efficiente.

Insomma, nessuna delle opzioni si presenta particolarmente attraente ma, a dati acquisiti, sembra che le imprese preferiscano stipulare contratti costosi, ma a tempo, piuttosto che vedersi obbligati a mantenere per sempre (perchè cosí funziona in Italia) un dipendente che conoscono da poche ore di colloquio.

In questo contesto abbiamo evitato di parlare di posti come Hong Kong, Dubai o Singapore. In quel caso il confronto avrebbe sfiorato il fantascientifico, con tasse inferiori all’Italia del 50% e costi bassissimi di gestione.

Pensate ogni giorno quanti imprenditori e aspiranti imprenditori italiani e stranieri, vengono a conoscenza di questi dati, peraltro accessibili a tutti tramite la organismi internazionali come la Banca Mondiale, o anche società di consulenza private come Pwc. Di certo questi imprenditori o aspiranti tali, verranno scoraggiati dall’insediare la propria azienda in Italia e farla crescere in un ambiente cosí ostile.

Quello raccontato, è un sistema che penalizza tutti, non solo le imprese, ma anche i disoccupati e persino gli occupati stessi, costretti a sopportare stipendi bassissimi e contratti precari per colpa di tasse e legislazione anti-business.

Vista l’attuale situazione economica risulterebbe tanto necessario quanto urgente, non solo aumentare la flessiblità del lavoro, come già annunciato, ma mai realizzato, da primi ministri e aspiranti tali, ma anche diminuire i costi burocratici che riguardano le imprese e infine, ridurre queste incredibili e inaccettabili tasse.

Elisa Serafini
Anche su Linkiesta 

 

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