Ricordiamoci dell’Argentina per non finire in bancarotta


Che l’Italia si stia “sudamericanizzando”, come recita il nostro recente editoriale, non è certo una bella prospettiva, ma per capire come e quanto questo orientamento possa essere pericoloso, è necessario rispolverare dal cassetto “esempi da non prendere” il caso storico dell’Argentina, un fallimento economico di cui non tutti conoscono le origini e cui si sente parlare poco, purtroppo.

La crisi argentina del 2001, chiamata anche dei “Tango Bond”, fu interamente scatenata, come spesso accade, da un uso sconsiderato delle politiche pubbliche e da un imprudente intervento dello Stato nell’economia. L’Argentina aveva adottato da anni un sistema monetario chiamato “Currency Board” che vincolava il valore della valuta locale, il pesos, a quella del dollaro americano, con un cambio fissato a 1:1. Era opinione assai diffusa (e altrettanto sbagliata) che un cambio così semplice potesse favorire gli scambi internazionali e rendere più affidabile la valuta argentina. Tuttavia si trattava di una decisione che travolgeva le normali “leggi” dell’economia monetaria, regolate dalla domanda, dall’offerta, dal commercio e da tanti altri indicatori economici e sociali che insieme influenzano il valore di una valuta. Questa decisione comportava inoltre un coinvolgimento della Banca Centrale Argentina, obbligata a comprare e scambiare tanti dollari americani quanti pesos argentini per mantenere un cambio artificialmente costruito.

La decisione, già economicamente imprudente, venne presa in un momento particolarmente sfavorevole: il Paese si trovava già da diversi anni a dover affrontare una disoccupazione in continua crescita e una forte diminuzione delle esportazioni, minacciate dall’espansione vertiginosa della vicina economia brasiliana.

In aggiunta, l’Argentina, un po’ come l’Italia, aveva cominciato ad assumere la forma di uno Stato troppo indebitato e la cui economia sembrava basarsi in gran parte sulla spesa pubblica che, come ben sappiamo, costa. Per saldare i debiti della PA e per pagare le più o meno inefficienti policy pubbliche il governo si trovò costretto a “stampare” nuova moneta, trascurando le regole imposte dal Currency- Board che prevede l’eguale disponibilità delle due valute nelle riserve della banca centrale.

La svalutazione della moneta non si fece attendere, il valore crollò in pochissimo tempo, creando un perverso meccanismo che danneggiò ulteriormente l’economia: gli argentini cominciarono a comprare sempre più valuta straniera, preoccupati della svalutazione dei pesos e della crescente inflazione. Un peso poteva non comprare un litro di latte (a causa dell’inflazione), ma permetteva di comprare un dollaro, e questo bastava a convincere i cittadini ad abbandonare la valuta nazionale, creando un ulteriore svalutazione.

Nel frattempo, i  rendimenti dei titoli del debito pubblico, minacciati dalla crisi, continuavano a salire, rendendo di fatto impossibile  restituire coupon e rendimenti ai creditori. Infine, sempre per mantenere il regime monetario, la Banca Centrale iniziò a vendere dollari e comprare pesos , che altrimenti avrebbero rischiato di svalutarsi ancora di più. Il risultato non si fece attendere: la Banca Centrale esaurí i dollari e, sotto lo scacco della speculazione, fu costretta ad abbandonare il regime monetario a scambio fisso, lasciando il peso libero di fluttuare nel mercato degli scambi. Nel giro di pochi mesi il valore del peso si svalutò talmente tanto che se nel 2000 con un dollaro si scambiava un peso, nel 2001 se ne scambiavano 3.5.

Questa crisi non restò sulla carta. Migliaia di persone rimasero senza lavoro, senza casa, senza cibo: oltre il 60% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà e circa il 20% si trovava in uno status di “estrema povertà”. Ovviamente i crediti dei Bond non vennero pagati ma “rischedulati” come si dice in gergo: ovvero, venne restituita una percentuale del valore (tipicamente intorno al 20%). Insomma, ci persero tutti: investitori, ma soprattutto cittadini.

Tutto questo venne causato da una tendenza che sta pericolosamente invadendo l’Europa, e l’Italia: l’invasione dello Stato nell’economia. Un’invasione maldestra e terribilmente dannosa che può contare tuttavia su diversi sostenitori nel mondo politico, un’invasione che accontenta il clientelismo, e che troppo spesso diventa motore della stessa democrazia. Un’invasione che tuttora miete vittime in buona parte del Sud America e che pericolosamente si sta avvicinando in un territorio che, ahinoi, si sta dimostrando terribilmente fertile: il nostro.

 Elisa Serafini

-Anche su La Cosa Blu

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