Che fine ha fatto Uber? Ve lo racconta il nuovo AD Carlo Tursi


Quando la politica ferma le aziende ma non il mercato: intervista a Carlo Tursi General Manager di Uber Italia

Un’app che mette in comunicazione chi ha bisogno di un passaggio con chi ha a disposizione un’auto. Un’idea semplice ma incredibilmente efficace, che ha decretato il successo del servizio Uber. Da startup a multinazionale milionaria, la storia di Uber in Italia e nel mondo è fatta di tanti momenti di crescita, ma anche di numerosi ostacoli normativi e legislativi. Un percorso che in Italia si è rivelato particolarmente difficile, culminato un anno fa con la decisione del Tribunale di Milano che ha confermato il blocco del servizio low-cost di Uber in tutta Italia, lasciando invece inalterata la funzione “luxury”, ovvero il passaggio su berline di lusso, registrate come noleggio con conducente (Ncc). Un episodio che ha diviso l’opinione pubblica e che ha messo in risalto, ancora una volta, l’ingerenza sempre predominante dello Stato sul mercato. Incontriamo a Milano il general manager di Uber Italia, Carlo Tursi, subentrato nel 2015 a Benedetta Arese Lucini, ex manager dell’azienda.

Com’è cambiato il vostro lavoro da quando il servizio UberPOP è stato sospeso?
In attesa del pronunciamento su uberPOP continuiamo a lavorare per rafforzare UberBLACK, il servizio premium di Uber che mette a disposizione berline o mini van del segmento E o superiore, oggi disponibile nelle città di Milano, Roma e Firenze.

Quali sfide vedete davanti a voi? La situazione in Italia e in Europa vi preoccupa?
Oggi l’Italia è l’unico Paese in Europa, e uno dei pochi al mondo, dove non possiamo ancora offrire servizi low-cost a chi cerca un nuovo modo per spostarsi in città, come ad esempio uberX che si avvale di autisti professionisti che guidano vetture non di lusso, o uberPOOL, che consente a due o più persone di condividere una corsa in città a costi ancora inferiori. Solo nel bacino del Mediterraneo, uberX è disponibile in Spagna, Francia, Grecia, Croazia, Turchia, Libano, Egitto, Marocco. Siamo in un momento in cui il concetto di mobilità sta cambiando e le nuove forme di trasporto condiviso rappresentano una grande opportunità per le città che intendono migliorare la qualità dei loro servizi di trasporto, dal centro alle periferie. Perché ciò avvenga è fondamentale un aggiornamento della regolamentazione del trasporto pubblico non di linea che al momento si rifà ad una legge quadro di 24 anni fa.

In che misura le città possono beneficiare di servizi come UberBlack?
Servizi come UberBLACK consentono alle persone di avere un’alternativa in più per spostarsi che non solo offre loro un servizio sicuro e di qualità, ma che contribuisce a ridurre il numero di auto in circolazione, a decongestionare le strade e a tutelare l’ambiente. L’altro lato della medaglia è dato poi dall’opportunità concreta di lavoro offerta a chi vuole intraprendere la carriera di autista professionista, un percorso che vediamo interessare un numero crescente di persone di età e background anche molto diversi tra loro.

Ricevete ancora richieste per diventare autisti? Gli italiani sono ancora interessati?
Gli autisti che si avvalgono della nostra piattaforma tecnologica sono liberi professionisti che decidono autonomamente quanto tempo dedicare a questo lavoro, chi trasportare e dove operare. Questo significa estrema flessibilità, l’opportunità di gestire la domanda che arriva tramite Uber a tempo pieno o solo in alcuni momenti della giornata. Uber è un agevolatore che mette in contatto chi sta cercando un modo per spostarsi con chi offre questo servizio. Quello che stiamo riscontrando è un interesse crescente verso quest’opportunità sia da parte di autisti professionisti che di aspiranti tali. In Italia sono un migliaio gli autisti che hanno completato almeno quattro viaggi solo nell’ultimo mese, con centinaia di nuovi driver che hanno aderito al sistema da gennaio ad oggi. Da qualche mese inoltre mettiamo in collegamento le persone intenzionate ad avviare questo percorso professionale con i partner che hanno un parco macchine con licenza Ncc e sono alla ricerca di personale. Oltre il 60 per cento delle domande che abbiamo ricevuto sono state trasformate in un impiego da parte del partner.

Quali paesi possono vantare sistemi normativi più avanzati nel campo della Sharing Economy, ovvero l’Economia della Condivisione?
Sono numerosi gli esempi di Paesi che hanno già regolato o stanno regolando il ridesharing (ndr: la condivisione del viaggio), dagli Stati Uniti all’Australia, dal Messico all’India, alle Filippine, fino a Paesi più vicini del Nord Europa come Estonia e Lituania. L’economia collaborativa è un’opportunità incredibile per il nostro Paese e a ribadirlo formalmente qualche settimana fa è stata proprio l’Unione europea che ha invitato gli Stati membri a rivedere le regolamentazioni troppo restrittive che ne stanno impedendo lo sviluppo. In questi Paesi i diversi servizi a sostegno della mobilità sono aumentati anche grazie al crescente numero di persone che hanno deciso di lasciare l’auto a casa, avendo a disposizione una moltitudine di soluzioni sicure, rapide e a prezzi accessibili per spostarsi in città.

Visto che il servizio low-cost non può più operare in Italia, il sistema può essere orientato ora sul delivery nell’attesa di una nuova legge?
Certamente e per noi si chiama UberEATS, il servizio di consegna di cibo a domicilio che dopo essere partito negli Stati Uniti si sta diffondendo anche in Europa. Tra le prime città in grado di offrirlo agli utenti Uber c’è Parigi e da una settimana anche Londra. UberEATS è uno dei servizi su cui abbiamo deciso di investire non solo per la crescente domanda ma anche per una chiara affinità con i servizi che già offriamo.

Tutti questi ostacoli del mercato, e l’estrema regolamentazione possono “aiutare” a tenere fuori dall’Italia un potenziale competitor?
Noi riteniamo che il mercato debba offrire condizioni utili a sviluppare una sana competizione e a introdurre nuove forme di mobilità. Solo in questo modo potremo agire con efficacia e offrire alle persone dei validi servizi alternativi all’auto privata, come il car sharing, il ride sharing o il car pooling, fondamentali per ridurre il traffico e tutelare l’ambiente.

Pubblicato anche su L’Opinione

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