Cari giornali italiani: I veri Stati Uniti sono l’Alabama e l’Arizona e non i salotti di New York


Da Linkiesta 

Per mesi ci hanno raccontato che Trump sarebbe stato un fenomeno passeggero, prima ancora della sua elezione alle Primarie, qualcuno scriveva:

“Trump diventa così il dodicesimo candidato ufficiale tra i repubblicani. Secondo un sondaggio della Quinnipiac University, sette elettori su dieci, hanno un’opinione negativa su di lui, compreso il 52% dei repubblicani” (Huffington Post, 16-05-2015)

E poche righe sotto, lo stesso articolo faceva capire – senza tanti giri di parole – che Trump non sarebbe mai arrivato neanche ad apparire nel primo dibattito TV dellla Fox dove “avrebbero partecipato solo i primi 10 candidati nei sondaggi”
Si penserà: vabbe, era presto per capire, e poi è colpa della fonte. Già, la fonte. La Quinnipiac University è al numero #323 nella classifica dei migliori college d’America. Magari un’ottima università (privata) per i figli dei professionisti del Connecticut (dove da sempre stravincono i democratici), ma non esattamente la fonte più attendibile ed imparziale per un sondaggio di questa rilevanza.
E anche il Corriere della Sera non risparmiava i titoli:

“Trump provoca, picchia e non vince” (Corriere della Sera, 08-08-2015)

Niente, Trump è proprio un disgraziato, un uomo che non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti. Troppo poco politically correct. Troppo lontano dai salotti New Yorkesi, appunto, i salotti New yorkesi.
E un anno dopo si continua:

“Salgono le quotazioni di Rubio” (Corriere della Sera, 06-03-2016)

Ahimè, proprio gli Stati Uniti non li conosciamo. Signori, Marco Rubio è un ragazzo bellissimo, capace, intelligente, moderato. Ma ce lo vedete il tassista dell’Alabama a votare per uno la cui battaglia dell’estate 2016 è stata quella di opporsi all’aborto per le donne infette dal virus Zyka? No, e non perchè non siano anti abortisti, ma perchè di questi temi, non gliene frega nulla.
E non parliamo di quanto sia stato sottovalutato il libertario Gary Johnson. Chi conosce gli USA sa che temi come la legalizzazione della marijuana sono molto sentiti, e il candidato è molto amato in New Mexico e in Arizona (dove infatti ha sfiorato rispettivamente il 10% e il 4%)

Ahimè, proprio gli Stati Uniti non li conosciamo. Ma ce lo vedete il tassista dell’Alabama a votare per uno come Marco Rubio, la cui battaglia è è stata quella di opporsi all’aborto per le donne infette dal virus Zyka? Questi temi non interessano più.

All’americano vero, e con vero si intende quello elettoralmente rilevante, e più numeroso, importa la sicurezza. Importa che non ci siano messicani a rubargli il lavoro (poco importa se molti messicani invece, il lavoro agli americani lo danno pure). E all’americano vero, che ha tanti difetti ma un unico grande pregio, ovvero quello di essere sempre e comunque genuino, interessa una cosa sola: che una persona sia autentica.

All’americano vero, che ha tanti difetti ma un unico grande pregio, ovvero quello di essere sempre e comunque genuino, interessa una cosa sola: che una persona sia autentica.

E chi c’era di più autentico di Donald Trump in questa battaglia? Nessuno, nessuno più di lui.
Donald Trump è lo zio che ogni americano avrebbe voluto avere al barbecue della domenica. Ad aiutarlo al “Garage Sale” il giorno del trasloco, o ad accompagnarlo a fare una passeggiata lungo le sponde del Mississippi River.

Donald Trump è lo zio che ogni americano avrebbe voluto avere al barbecue della domenica. Ad aiutarlo al “Garage Sale” il giorno del trasloco, o ad accompagnarlo a fare una passeggiata lungo le sponde del Mississippi River.

Sì, ha dei difetti, ogni tanto dice delle cose scomode o impopolari, ma è autentico. E un paese che davvero, non ha mai pregiudizi verso le persone, questo è quello che conta.
Chi ha avuto la fortuna di vivere in un paese della “Real America”, conosce queste dinamiche: puoi prendere un Bus in West Virginia e troverai ragazzi con i capelli blu che parlano amabilmente con la vicina di posto 75enne vestita a fiori che sta andando a Messa.
Puoi vedere i ragazzi “nerd” giocare con le spade laser nel cortile dell’università, fregandosene altamente dell’opinione dei “cool kids”, quelli che la sera bevono e conquistano le fanciulle nelle confraternite (“frats”). Perchè la verità, è che nemmeno i “cool kids”, superati i 18 anni, se la prendono con gli “sfigati”, e le vecchiette vestite a fiori non giudicano il punk di Huntington City. Non esiste giudizio negli Stati Uniti, esiste solo la percezione del merito, della capacità, e dell’autenticità. E in questo contesto, un candidato strano, inopportuno, ma capace nel business è sicuramente più apprezzato di una candidata bugiarda, appoggiata da poteri ingombranti, dalla storia oscura. E’ lo specchio della società, che, purtroppo, noi conosciamo poco.
Signori, la vittoria di Trump era scritta nella personalità di ogni elettore americano. E solo i giornalisti italiani, abbagliati dai salotti di New York, si sono dimenticati di fare un giro nella vera America. Quella dei Barbecue, dei Garage Sale, e della provincia americana.

Elisa Serafini – Riproduzione consentita con link alla fonte

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