Perché le aziende abbandonano la California (e perché il Mezzogiorno dovrebbe prendere appunti)


Trenta aziende, per un totale di circa 50.0000 impiegati, pronte a trasferirsi dalla California all’Arizona. È la risposta all’innalzamento delle tasse imposto dalla recente approvazione della “Proposition 30”, un referendum che prevedeva di incrementare le imposte patrimoniali, familiari, sulle vendite e sui redditi di impresa per evitare alcuni tagli nell’ambito dell’istruzione.

Il referendum è passato con il parere contrario delle piccole e medie imprese californiane, ora sono sul piede di guerra. Minacciano di lasciare lo stato della California, definito, oltre che troppo “spendaccione”, anche eccessivamente regolamentato e ormai poco “business friendly”. E i primi ad “approfittare” di questa vicenda sono gli stati confinanti.

La vicina Arizona ha già iniziato un’aggressiva campagna per accaparrarsi le aziende in fuga. È noto come il grande stato del Grand Canyon, offra, al contrario, un ambiente molto favorevole alle imprese, tassazione inferiore e soprattutto agilità nella burocrazia e nei permessi. Non solo: l’Arizona vanta diversi centri di ricerca in ambito tecnologico, delle ottime università e un basso costo della vita, cosa che permette alle aziende di garantire stipendi più bassi di quelli californiani, ma più che adeguati agli standard di vita dello Stato.

Questa vicenda si ripete in tutto il mondo ogni giorno, quando le imprese scelgono di delocalizzare produzione o interi uffici. Un fenomeno che colpisce, da anni, il nostro paese, ancora incapace di affrontare le sfide che i mercati ci impongono.

La concorrenza fiscale genera infatti tra gli stati un sano incentivo a limitare le spese e a ridurre la tassazione, in modo da attirare quante più imprese e cittadini possibili

La tecnologia, si sa, è “mobile”. In pochi clic e con pochissimi passaggi è possibile spostare un’azienda che fattura milioni di dollari in un’altra regione o, addirittura, in un altro continente. Ma finché la concorrenza è all’interno dello Stato (federale), come in questo caso, a guadagnarci è tutto il Paese. La concorrenza fiscale genera infatti tra gli stati un sano incentivo a limitare le spese e a ridurre la tassazione, in modo da attirare quante più imprese e cittadini possibili.

Una dinamica virtuosa che è purtroppo non replicabile in Italia, a causa di un federalismo fiscale mai realmente applicato e che invece potrebbe aiutare tutto il Paese – specialmente il Sud Italia – a rigenerarsi e ad attrarre nuovi capitali e creare nuovi posti di lavoro.

La California insegna: di troppe tasse e burocrazia si muore, persino dalle parti di San Francisco. Governo avvisato.

Elisa Serafini  –Linkiesta 

 

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